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		<title>I&#8217;ll remain</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Jan 2008 10:42:09 +0000</pubDate>
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		<itunes:summary>Da troppi giorni ormai pioggia mista a neve rendeva i paesaggio a tratti allegro, a tratti triste
Gli inverni a Lake Dunmore non sono mai semplici. E nemmeno facili.
La fortuna di poter vedere un lago che si allunga sotto le montagne rende  meno pesanti le brevi giornate di luce
Quell’inverno il sole aveva messo fuori la testa davvero poche volte vinto dal grigiore denso e greve delle nuvole.
Questo non era uno di quei giorni luminosi
Sophie è in casa. Anche lei da troppi giorni ormai. Di uscire non ne ha l’intenzione.
Seduta sul davanzale in legno bianco della finestra vittoriana guarda il Lake Dunmore.
Uno sguardo distante, lungo. Chiamarlo sguardo e solo per rispetto agli occhi che restano aperti, immobili.
Seduta sul davanzale, le ginocchia raggomitolate e tenute dalle braccia intrecciate strette attorno ad esse come per farsi piccola per non esser notata dal destino, come per farsi scaldare da quelle coccole che le mancano tanto.
Il maglione di cachemire grigio chiaro l’avvolge morbido e aderente. Forse l’unica cosa morbida che riesce a sentire. I piedi scalzi non sentono il freddo della finestra.
Sophie è come catatonica.
Passa dalla finestra alla cucina al camino, fonte di calore e unico rumore della casa. Il crepitio atonico secco e irregolare della fiamma ogni tanto la distrae. Pensieri di sconfitte prendono il sopravvento su di lei.
Nemmeno il suo violoncello la riesce a rincuorare.
Tutto è successo all’ultimo concerto. Il Concerto
Una della serate che lei e Troy aspettavano e sognavano da così tanto tempo.
Ce l’avevano fatta. Suonare alla Carnagie Hall a Ney yYork.
Sophie e Troy si sono conosciuti alla Pennsylvania Academy of Music di Lancaster da giovanissimi. Buoni amici per molto tempo, ognuno con la propria vita, le proprie storie.
E’ stato il raduno degli ex-allievi del 2006 che li aveva fatti incontrare di nuovo.
Lui pianista mozartiano. Lei una delle poche violoncelliste jazz che spaziavano dalle origini all’avanguardia. Ognuno con storie di successo e di eccellenza.
Al momento non si erano nemmeno riconosciuti. Erano passati parecchi anni dal diploma.
E come un diapason avevano cominciato a vibrare insieme.
Troy veniva da una storia lunga e amara su cui aveva investito molto e Sophie gli sembrava un segno sulla strada.
Da allora erano andati a vivere a Dunmore Lake a casa di Sophie.
E avevano cominciato a suonare insieme fino ad arrivare, con Angela, l’inseparabile amica che li aveva fatti riconoscere alla festa, alla Carnagie hall, il punto d’arrivo di tutti gli artisti.
Suonavano davvero insieme bene Troy e Sohie. Si chiamavano e si riprendevano con una facilità impressionante, veloci, delicati, forti, così precisi. E Angela, una voce asciutta, roca, quasi sabbiosa. Come un gesso che piatto viene passato sulla carta vetrata sottile.
Jazz Triple. Nomen Omen.
Migliaia di persone ad applaudirli, a gioire portandoli in alto.
E tra il pubblico Sonja, l’ex moglie di Troy
La fine del concerto poteva essere il giorno più bello della loro vita. Ma Sonja era l’angelo nero, quella sera. Era venuta a portarsi via quello che le spettava. Troy era il suo credito.
Da due settimane Sophie è così.
Dei lunghi capelli neri e setosi c’è un solo ricordo sotto quel berretto nero di maglia che si ostina a portare.
E’ quella voglia di scomparire, quel freddo interiore che le lacrime aiutano a diventare ancora più freddo che la lascia così. Essere insignificante, poco gradito al mondo.
E’ retorica dire che Sophie non aveva mai amato nessuno in quel modo. Ma è così. Da quando si erano visti alla festa è stato un sordo martello dentro testa, cuore, pancia.
Così totale, avvolgente, caldo. Un maglione di cachemire, come quello che indossa da due settimane. Feticcio di carezze.
Guardare fuori non serve a niente. Fissare il lago e la strada che lo costeggia è solo una maniglia a cui aggrapparsi nella speranza di vedere la vecchia Volvo familiare rossa di Tr</itunes:summary>
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		<title>E&#8217; il momento</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Jan 2008 22:21:13 +0000</pubDate>
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		<itunes:summary>Seduto sulla vecchia sedia molleggiata della mia scrivania passo le giornate suicidandomi di lavoro.

E'  una cosa che in qualche modo mi soddisfa. Sono bravo nel mio lavoro, ne ho riconoscimenti da colleghi di tutto il mondo. Questi ultimi 4 mesi, da quando la mannaia di Clarice ha reciso il nostro legame, ho passato la maggior parte del mio tempo a lavorare, a viaggiare per lavoro, ad aggiornarmi, a studiare per i prossimi esami del master in comunicazione. Mi sono dato anche alla ginnastica, sperando che in qualche modo il movimento mi facesse produrre più endorfine per superare il dolore. E ho conosciuto persone nuove.

Per 4 lunghi tenebrosi mesi forse non ho voluto vedere altro che il mio dolore. E forse mi è stato fisiologico. Osservarlo, prenderlo in mano, farlo scorrere tra le dita per saggiarne la consistenza, il calore, la resistenza. Ho come vissuto con un cappuccio di lana pesante per non alzare lo sguardo. Sì, va bene, questa è una cosa che andava fatta. La chiamano anche elaborazione del lutto. E' un periodo in cui ho voluto e sicuramente ho anche dovuto prendere l'enormità di quella cosa impalpabile che si chiama amore finito e portarla fuori, alla luce del sole, affinchè potesse sterilizzarsi con la luce del sole.

In ufficio anche miss June, solitamente piuttosto algida e riservata, un giorno si è chiusa in ufficio con me, all'ora di pranzo, e mi ha parlato come fosse una sorella maggiore, domandandomi cosa ci fosse. Fino ad allora in ufficio non avevo parlato mai della mia vita dopo Sarah, non mi pareva i caso. Cerco di tenere la mia vita privata fuori dalla moquette dell'ufficio. Ma forse ho domandato troppo a me stesso e miss June ha voluto sapere. E ha cominciato a fare gli occhi lucidi con me.

Ricordi affiorano praticamente tutti i giorni. Frammenti di vacanze, telefonate, odori, sensazioni forti. Le vacanze ci hanno avvicinato così tanto. La magia di Otranto di notte, con un vento freddo dopo il temporale che ti asciuga, mentre siamo in un bar e guardando fuori facciamo la classifica delle donne belle o brutte che ci passano davanti. Suoni di artisti di strada. Bagni a Pesculuse, tenendola in braccio in acqua e facendole fare il mulinello mentre mi bacia. Odori di paesi che hanno milioni di anni di storie, di tradizioni, di vecchi dagli occhi svegli.

Ricordi che mi portano fino ad ottobre quando in un modo univoco e dogmatico ha deciso di passare la falce ad alzo zero. Non una spiegazione, non un ricorso mi è stato concesso. Fine. Out. Niet.

Ora i ricordi cominciano a lasciare spazio alle riflessioni. Partono da lontano, le riflessioni, prendono come la rincorsa ogni volta che accendo la modalità Clarice nel mio cervello. E ogni volta ci mettono sempre meno ad arrivare. Ormai conoscono la strada, sanno come arrivare, sono allenate. E arrivano devastanti nella loro crudezza. Come uno schiaffo dato a mano aperta in piena faccia. Ti lascia stordito, con il naso che sa già di pianto.

Stasera seduto al mio tavolo sto provando una nuova connessione internet velocissima. E' tardi ormai, sono le 9 passate e ormai ho terminato. Nonostante il riscaldamento sia spento a  quest'ora sudo come un maratoneta nell'inginocchiarmi per attaccare e staccare cavi, router, firewall. Mi dico ogni tanto perché me li faccio io 'sti lavori... Devo proprio dimagrire. Non funziona niente. Mapporc... E le riflessioni si fanno avanti senza tanta ricorsa, ormai.

Rifletto sul come e sul perché. Cerco di comprendere da che parte arrivi la perentorietà di Clarice. Paura del dialogo, dell'interazione con qualcuno che potrebbe avere ragione sulla sua intelligenza così superiore. Orgoglio da difendere nel caso potessi anche avere ragione. Volontà di restare ancorata ai modelli di precarietà che si è creata e che le danno conforto. Le offrivo tutto: casa, ufficio, struttura, delega del rischio imprenditoriale al mio studio, conoscenze a tutti i livelli... amore incondizionato.

Paura.

Le riflessio</itunes:summary>
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		<title>Estate 2007 &#8211; Italia!</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Aug 2007 18:22:51 +0000</pubDate>
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		<itunes:summary>"Mrs. JUUUUUUUUNE!! Sono pronti i biglietti per l'Italia?" Sono due mesi che devono arrivare i biglietti per l'aereo che ci porterà, sul serio questa volta, a fare una vacanza insieme, io e Clarice.

Quasi non credo a queste parole. Insieme, vacanza.

Abbiamo fatto una ricerca su internet e abbiamo visto che in Italia c'è una zona particolrmente attraente per chi, come noi, ama il mare. E' il Salento, la parte estrema dell'Italia.  Raggiungerla dagli Stati Uniti è un po' complesso.

Faccio venire a Chicago Clarice e dall'O'Hare arriviamo a Roma, poi Brindisi e poi con l'auto arriviamo nel paesino che abbiamo prescelto: Tricase. Magia di Internet. Non fosse per questa cosa stupenda certi posti non li troveresti tanto facilmente.

Con la sua camminata tipicamente di donna del sud miss June arriva con biglieti, cartella di viaggio, documenti per il noleggio e assicurazioni varie. E' davvero in gamba, dovrò promuoverla quando torno.

L'O'Hare è gremito come tutte le estati, ma anche tutti gli inverni, autunni, primavere... L'O'Hare è davvero enorme. Ti ci perdi, non fosse per le indicazioni a prova di legge di Murphy.

L'aereo di Clarice arriva per le 12.30, puntuale stavolta. American Airlines sta facendo degli sforszi incredibili per raggiungere gli standard minimi che le sono stati imposti dopo l'annunciato Chapter 11 di qualche anno fa. Alle 12 abbiamo il volo Alitalia per New York e poi il cambio per Roma e poi, finalmente per Brindisi.

Volo lungo.

E per tutto il viaggio non faccio altro che guardare Clarice. Sembro inibetito. E' da così tanto tempo che desideravo passare un del tempo con lei senza l'affanno della toccata e fuga. Tutte le volte che ci siamo concessi un weekend è stato troppo veloce, turisti di un viaggio organizzato troppo in fretta.

Ore.

Non sufficienti per colmare il nostro bisogno reciproco di conoscenza. Sufficienti per farci sognare precisi scenari futuri.

E' emozionante viaggiare con lei. E' una strana sensazione. Essere divisi e compenetrati nel mndo allo stesso tempo. Come quando segui una conversazione di più persone e ad un certo punto tendi lorecchio per filtrare un discorso preciso nel groviglio di voci, così la mia presenza con Clarice. Arriviamo a Brindisi decisamente stanchi ma la voglia di arrivare finalmente a Tricase è troppo grande.

Clarice ha una  piccola mania, se vogliamo ma ahimè non possiede nè la borsa di Mary Poppins nè il gonnellino di Eta beta, per cui la quantità di bagaglio al seguito è davvero incredibile. Ha perfino portato via alcuni dei suoi attrezzi da cucina, fedeli compagni delle maratone culinarie che la hanno resa famosa tra gli amici.

L'aeroporto di Brindisi-Casale è davvero minuscolo, almeno per noi di Chicago. Ma il servizio di autonoleggio della Holidays è impeccabile. La Mondeo familiare è pulita, grigio argento  come un vecchio aereo da caccia e soprattutto ci sta tutta la roba di Clarice. La strada è libera, senza pedaggio e ci conduce abbastanza facilmente fino a Tricase.

La bellezza dei posti scalcia la complessità  delle indicazioni, le condizioni dell'asfalto, lo stile di guida diciamo un po' personale degli autoctoni. Penso che davvero mi si sta aprendo una scenario di meraviglia e fleicità che non ho mai provato. Sono con Clarice, in uno dei posti più belli del mondo.
Io e lei.
15 giorni per conoscerci meglio, per assaporarci fino in fondo con la calma  e la serenità che ci è dovuta.

E così si snocciolano, uno dopo l'altro, alternando giornate pigre a gite in luoghi da perdere il fiato, tra serate pacate sorseggiando vino e parlando di noi a frenetiche sagre di pizzica salentina, i nostri giorni. Sembra che il tempo si sia sospeso.

A volte non sentiamo nemmeno il desiderio di mangiare, Ci saziamo di noi stessi, autarchici nel nutrimento di corpo e anima. Ogni istante sembra non diver mai finire per poi accorgerti che, uno dopo l'altro, arriviamo al momento del rientro, così lontano all'in</itunes:summary>
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		<title>Aleppo, Siria</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Feb 2007 22:16:46 +0000</pubDate>
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		<itunes:summary>Sono le prime ore di un pomeriggio caldo e soffocante. Abbiamo passato la mattina a scaricare i bagagli dalla jeep e a ricomporli nella stanza del piccolo albergo che la guida riporta come vero pezzo di storia siriana.
Il sole è caldo e accecante nonostante siano le 4 del pomeriggio. Fa strano vedere in una città così grande tutte le strade ancora in terra battuta, polverose, bianche e sconnesse.
Quattro passi per sgranchirci le gambe e la schiena. Dopo 8 ore passate a navigare con una jeep di 40 anni nel mare del desertoè da pazzi non muoversi un po'.
E' un tour intrigante il nostro. Da Petra ad Aleppo lungo la via dell'incenso. Strade percorse prima di noi da Fenici, Omayyadi, Romani, Bizantini, Crociati, Nabatei. Domani andremo a visitare il monastero di san Simeone ma fino a domani ci prenderemo un po' di relax.
Camminiamo fianco a fianco, parlando di cosa faremo domani. Progetti. Idee. Parliamo sempre di domani, di fra due mesi, dell'anno prossimo. E' straordinario poter pensare ai progetti di una vita, di come questa potrà evolvere. Pensare che la vivi insieme, giorno per giorno, consapevole che il giorno successivo sarà più interessante ancora. Che ti regalerà intensità emozionale, restituendo invece di togliere. Freschezza nell'anima.
Camminiamo in mezzo alla polvere bianca e sottilissima della strada, costeggiando case bianche. Il sole che si riflette in tutto questo biancore ci forza nel socchiudere gli occhi quasi in un ghigno sardonico.
Un paio di domande al negozio di ceramiche. L'inglese è un po' stentato, arrotondato dal'inflessione araba e il sorriso a 8 denti ci rallegra. Ancora un po'. Siamo nella direzione giusta.
Le 5. Il muezzin canta la sua preghiera da un minareto lontano. E' un canto struggente, incomprensibile, ma senti la forza della fede in quello che dice. Ti stringe come l'abbraccio lontano di un amante perduto.
Siamo arrivati. Nonostante gli abiti e i boot chiari siamo bianchi per la polvere che ci ricopre e  penetra ovunque come cipria. Sei buffa con i capelli che escono dal cappello ampio tutti bianchi.
Entriamo.
E' tutto buio. Un odore dolce e pungente di incensi e olii profumati ci accoglie già dalla soglia. E' il benvenuto dell’Hammam di Aleppo, il più antico bagno turco del mondo. La guida dice che qui il viaggiatore trova ristoro e conforto dai lunghi tragitti desertici. E qui eravamo diretti.
Adesso l'accesso alle donne è permesso e anche il trattamento può essere svolto a coppie. Così non perdiamo neanche un attimo. Dopo tutti questi anni abbiamo trovato quello che cercavamo davvero. E non vogliamo perdere nemmeno un minuto.
All'inizio tutto è molto veloce. Ci spogliamo, ci viene dato un asciugamano candido e ruvido per coprirci. Una doccia, calda ci pulisce dal peso del viaggio. Una doccia fredda ci riporta ad un senso del reale che ci indica il prossimo passaggio.
Siamo soli. E' strano perché normalmente è un posto affollato, ma siamo fortunati. Oggi è tutto per noi.
Il calidarium ci aspetta. Splendide maioliche decorate in blu e giallo ricoprono le pareti alte e maestose. La luce è centellinata da poche torce alle pareti, che restituiscono ombre arancioni lungo il pavimento.
E' caldo, umido. È una temperatura che non penseresti di poter sopportare a lungo. Ma la tradizione eterna di Aleppo sa che è la temperatura giusta per il nostro corpo.
Forte odore di olio di mirra ci porta verso pensieri leggeri, impalpabili. Ci scopriamo coperti di una patina lucida solo dopo pochi minuti. La luce tremula fa brillare piccole gocce sul tuo corpo e ti rendono quasi irreale, lucente, radiosa. Ci sediamo su comode panche in legno. Hanno visto migliaia di persone prima di noi, altre ne vedranno. Sono comode e ti vieni a sedere vicino a me. Accavalli le gambe ancora coperte dal telo bianco sopra le mie e mi passi un braccio dietro al collo. Lo sento caldo, umido, deciso, come volesse tenermi vicino a te per sempre. Dal tuo viso è scomparsa l'espressione di sfida</itunes:summary>
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		<title>Cheyenne, Wyoming</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Nov 2006 23:09:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La vecchia Olds va avanti da sola ormai. Conosce a memoria tutte le mie manie, i miei modi di guidare. Sa perfino quando deve suonare a chi si permette di cambiare di corsia senza segnalarlo. Abbiamo fatto così tante miglia insieme che ormai ci vogliamo bene. Lei conosce davvero tutto di me tutti i miei [...]]]></description>
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		<title>10 giorni dopo&#8230;</title>
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		<description><![CDATA[&#8230;sempre alla solita ora. Sono le dodici di una giornata paurosa. Sono i primi di ottobre e nonostante il calendario della Deere faccia vedere fotografie di fattori che su loro luccicante trattore verde arano i campi per prepararli all&#8217;invero fuori ci sono ancora 28 gradi. L&#8217;ufficio è ancora caldo da morire e seduto sulla mia [...]]]></description>
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		<pubDate>Sun, 10 Sep 2006 18:31:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#8230;verso le 12 di una pallosissima mattinata di metà settembre. E&#8217; ancora estate, qui a Chicago anche se l&#8217;aria comincia a profumare di umido e cominci a vedere gruppi di migratori che si ritrovano sui fili della luce. E&#8217; una mattinata di quelle in cui ti dici perchè non sei restato a letto adormire. Un&#8217;ora [...]]]></description>
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