E’ il momento
Seduto sulla vecchia sedia molleggiata della mia scrivania passo le giornate suicidandomi di lavoro.
E’ una cosa che in qualche modo mi soddisfa. Sono bravo nel mio lavoro, ne ho riconoscimenti da colleghi di tutto il mondo. Questi ultimi 4 mesi, da quando la mannaia di Clarice ha reciso il nostro legame, ho passato la maggior parte del mio tempo a lavorare, a viaggiare per lavoro, ad aggiornarmi, a studiare per i prossimi esami del master in comunicazione. Mi sono dato anche alla ginnastica, sperando che in qualche modo il movimento mi facesse produrre più endorfine per superare il dolore. E ho conosciuto persone nuove.
Per 4 lunghi tenebrosi mesi forse non ho voluto vedere altro che il mio dolore. E forse mi è stato fisiologico. Osservarlo, prenderlo in mano, farlo scorrere tra le dita per saggiarne la consistenza, il calore, la resistenza. Ho come vissuto con un cappuccio di lana pesante per non alzare lo sguardo. Sì, va bene, questa è una cosa che andava fatta. La chiamano anche elaborazione del lutto. E’ un periodo in cui ho voluto e sicuramente ho anche dovuto prendere l’enormità di quella cosa impalpabile che si chiama amore finito e portarla fuori, alla luce del sole, affinchè potesse sterilizzarsi con la luce del sole.
In ufficio anche miss June, solitamente piuttosto algida e riservata, un giorno si è chiusa in ufficio con me, all’ora di pranzo, e mi ha parlato come fosse una sorella maggiore, domandandomi cosa ci fosse. Fino ad allora in ufficio non avevo parlato mai della mia vita dopo Sarah, non mi pareva i caso. Cerco di tenere la mia vita privata fuori dalla moquette dell’ufficio. Ma forse ho domandato troppo a me stesso e miss June ha voluto sapere. E ha cominciato a fare gli occhi lucidi con me.
Ricordi affiorano praticamente tutti i giorni. Frammenti di vacanze, telefonate, odori, sensazioni forti. Le vacanze ci hanno avvicinato così tanto. La magia di Otranto di notte, con un vento freddo dopo il temporale che ti asciuga, mentre siamo in un bar e guardando fuori facciamo la classifica delle donne belle o brutte che ci passano davanti. Suoni di artisti di strada. Bagni a Pesculuse, tenendola in braccio in acqua e facendole fare il mulinello mentre mi bacia. Odori di paesi che hanno milioni di anni di storie, di tradizioni, di vecchi dagli occhi svegli.
Ricordi che mi portano fino ad ottobre quando in un modo univoco e dogmatico ha deciso di passare la falce ad alzo zero. Non una spiegazione, non un ricorso mi è stato concesso. Fine. Out. Niet.
Ora i ricordi cominciano a lasciare spazio alle riflessioni. Partono da lontano, le riflessioni, prendono come la rincorsa ogni volta che accendo la modalità Clarice nel mio cervello. E ogni volta ci mettono sempre meno ad arrivare. Ormai conoscono la strada, sanno come arrivare, sono allenate. E arrivano devastanti nella loro crudezza. Come uno schiaffo dato a mano aperta in piena faccia. Ti lascia stordito, con il naso che sa già di pianto.
Stasera seduto al mio tavolo sto provando una nuova connessione internet velocissima. E’ tardi ormai, sono le 9 passate e ormai ho terminato. Nonostante il riscaldamento sia spento a quest’ora sudo come un maratoneta nell’inginocchiarmi per attaccare e staccare cavi, router, firewall. Mi dico ogni tanto perché me li faccio io ’sti lavori… Devo proprio dimagrire. Non funziona niente. Mapporc… E le riflessioni si fanno avanti senza tanta ricorsa, ormai.
Rifletto sul come e sul perché. Cerco di comprendere da che parte arrivi la perentorietà di Clarice. Paura del dialogo, dell’interazione con qualcuno che potrebbe avere ragione sulla sua intelligenza così superiore. Orgoglio da difendere nel caso potessi anche avere ragione. Volontà di restare ancorata ai modelli di precarietà che si è creata e che le danno conforto. Le offrivo tutto: casa, ufficio, struttura, delega del rischio imprenditoriale al mio studio, conoscenze a tutti i livelli… amore incondizionato.
Paura.
Le riflessioni mi hanno tirato uno schiaffo a mano aperta anche stasera. Sento la faccia che brucia ma non so a questo punto se sia il dolore o la rabbia. Ho versato lacrime in un modo che non avrei mai pensato in 4 mesi. Ho lasciato per terra pozzanghere enormi. E’ arrivato il momento di levare il cappuccio di lana pesante, di far passare il sole perché asciughi le pozzanghere. Resterà del sale bianco per terra, dopo. So che qualcuno mi aiuterà a scrostarlo. Definitivamente.
Esco dall’ufficio. Sono le 22 e devo ancora mangiare. Metafora meteorologica, sta terminando di piovere stasera dopo settimane di acqua ininterrotta. Il barometro, prima di uscire, dava alta pressione e bel tempo per domani.
Apro la porta della vecchia Olds nera e formosa e mi siedo. Non mi sento poi così grasso e pesante, stasera. Giro la chiave, un singhiozzo e sento l’affidabile caffettiera partire sorniona.
Guardo dietro. Libero.
E’ il momento.
Per tutto.
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3 Responses to “E’ il momento”
1 lecter 18 January 2008 @ 1:04 am
now’s the moment
to let go
of every burden
that weighs me down
open my mind
releasing
all my worries
all my pain
far away
i soar away
i float away
i fly away
i am weightless
boundless
being one with
all i am
i’m expanding
awareness
take a glance at
the mystery
far away
i soar away
i float away
i fly away
2 bielletta 23 January 2008 @ 5:44 pm
come siamo lontani ma come siamo simili nel dolore ….. non riesco a scriverti di più perchè sto piangendooooooooooooo!!!!!!!!
3 Hannibal 4 February 2008 @ 2:10 pm
Me la racconto, alla fine…
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