Cheyenne, Wyoming
La vecchia Olds va avanti da sola ormai. Conosce a memoria tutte le mie manie, i miei modi di guidare.
Sa perfino quando deve suonare a chi si permette di cambiare di corsia senza segnalarlo.
Abbiamo fatto così tante miglia insieme che ormai ci vogliamo bene.
Lei conosce davvero tutto di me tutti i miei pensieri, le paturnie.
Ma questi non li conosce ancora.
Ormai sono a 5 ore da chicago, in mezzo alla campagna che in autunno avanzato si fa sonnacchiosa.
Sto tornando da Cheyenne, Wyoming
Sto tornando da Clarice, California.
La vecchia Olds ormai la conosce bene. Sono ore che non faccio altro che parlarle di lei e di questi due giorni che abbiamo trascorso insieme.
E’ stata una specie di sfida con l’ignoto. Caspita, io che non ho mai preso appuntamenti al buio, che non ho mai cambiato marca di hot-dog, nemmeno la marca di sigarette, ora mi sono lanciato.
E’ come l’avessi conosciuta da sempre. Clarice è quella sensazione che ti corre per la schiena e non ti fa solo sentire il brivido ma ti riscalda e ti avvolge dandoti coraggio. Ecco perché mi sono deciso di incontrarla. E, cristo, è stato…
Definire quello che è successo diventa un eufemismo inevitabilmente.
Ma tutto è stato strano, unico. Già durante il viaggio potevi capire che doveva essere speciale.
Intanto le auto. Perché non l’aereo? Beh, decisamente più facile. Ma la possibilità di riflettere all’interno dei nostri abitacoli ci è sembrata a cosa migliore. Avere tutto quel tempo a disposizione invece di sentirsi vittime di una voce che ti annuncia partenze, ritardi, siete attesi per l’imbarco ci è sembrato doveroso nei confronti del nostro modo di conoscerci. Lento, passionale, a sorpresa. Poterci chiamare durante il viaggio e testare le nostre sensazioni man mano che ci avviciniamo ci dà modo di far crescere il momento.
Poi un telefonata. “Hannibal, ho fuso la testa della macchina. Ora devo uscire, lascio giù l’automobile e ne noleggio una. Ti raggiungo, non temere. Dovessi noleggare una Viper ma arrivo” Oddiosanto.. pure questa ci mancava. Occhei, me la prendo comoda e mi fermo per cena.
Ci troviamo il giorno dopo. Cheyenne. Giusto fuori dall’intersezione dell’80 con la 25. Arrivo per primo. Clarice ha avuto dei problemi nel trovare l’auto. Intando mi rilasso e cerco di pensare all sua faccia, alla sua voce non più mediata dal telefono, al suo profumo, al suo calore…
“Clarice, come sei messa?” “Hannibal guarda, 30 minuti e sono là” “ok,Clarice” comincio a ridere per il nervoso “facciamo così. Quando ci vediamo se non ci piacciamo giriamo i tacchi e torniamo indietro. Non ci dobbiamo piacere per forza” “Ok, Han. E’ giusto” ride, la cosa è talmente surreale che ha perfino senso.
E’ l’1 e 25. Sono fermo ormai da un paio d’ore nella vecchia Olds parcheggiata in un’area riservata nello svincolo. E’ tiepido ancora per cui tengo i finestrini aperti così da sentire un po’ di brezza delicata. E’ autunno e il profumo dell’umido e del fumo di covoni di paglia bruciati ti richiama memorie di quando eri bamino. Profumi che non senti più in città come Chicago, nemmeno a 50 miglia dal centro. Una Chevrolet Cobalt blu metallizzato mi si affianca. Sono nervoso. Un pochino, dai, non troppo. Cavolo, è lei.
Apre lo sportello e fa per scendere. Orcaloca… è lei.
Dissimulo, scendo, le vado incontro prima che con il piede tocchi terra. Tutto sta scorrendo così in fretta che non riesco a sentire il cuore. Tutto va così lentamente che mi sembrano eterni 10 passi che mi separano da lei. Non sento il rumore dei camion che escono dall’autostrada. Non sento i clacson delle auto che vorrebbero partire se al semafono non ci fosse un addormentato che ritarda la partenza. Non sento gli odori metallici degli scappamenti.
Vedo solo lei. Diomio..è alta… molto alta. Indossa un abito che la fascia in modo elegante, un soprabito in maglia e due fantastici occhialini rotondi con lenti rosa. Un vezzo come peraltro il suo modo di parlare e di atteggiarsi. Capelli lunghi, neri, grossi, tanti.
Si ferma un attimo. Ci guardiamo. Ci prendiamo in giro 30 secondi per far cadere la tensione. E ci abbracciamo. E’ impressionante. Sentirla davvero. Esiste. E’ viva, non un’email, una vibrazione sonora, un bit di un sms. E’ lei tra le mie braccia. Un profumo speziato , caldo, ambrato, marrone. Si mescola agli odori della strada e li sopraffà, stordendomi insieme agli altri 4 sensi completamente annegati nella sua essenza.
La stringo, balbetto qualcosa all’orecchio, la bacio leggermente sul collo. Si stacca un attimo, mi guarda incuriosita e maliziosa. E mi bacia.
Penso di essere tornato ragazzino, quando sul lago diedi il mio primo bacio. Mi girava la testa nello stesso modo. Totale stordimento analcolico centralizzato.
Là ho conosciuto Clarice Labrena.
Ora mentre me ne sto sulla strada del ritorno penso che davvero non c’è stato un attimo sprecato. Tutto è andato come ci sarebbe piaciuto. Tutto. Niente escluso. Davvero niente.
La chiamo a cinquanta miglia da casa. Tutto bene ha ancora un’oretta di strada.
Clarice, sei realmente quello che pensavo fossi. Una giornata cominciata bene.
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