Comprendere le donne: una palestra.
Sono frastornato mentre scrivo questa email.
Sono davvero confuso e stupito nel sentire come e quanto sia facile far scorrere le dita sulla tastiera in cerca della giusta sequenza di tasti da premere affinchè ne escano le immagini della mia mente. E sono esattamente queste. Tom Waits mi entra nelel orecchie e compie il miracolo, trasportandomi in un mondo che vedo reale, sento reale ma sto solo immaginando.
E Clarice mi accompagna in questo racconto.
Chissà. Forse ho scritto questo per sfida, per vedere se veramente Clarice è così disicantata come si professa, se è veramente la virago senz’anima che riduce gli uomini come cenci bagnati. Sento dalle sue parole troppa sicurezza per esserlo veramente. So come sei, Clarice, lo so e ti sento esattamente come non ti ha mai sentita nessuno prima. Comprendo la tua paura, ne sento l’odore. E’ la paura della delusione. Chissà quanti uomini avranno pensato per te belle parole prive di senso. Quei rituali che tutti cacciatori di razza sanno improvvisare e porgere come una mela matura.
Capisco che non essere educati a esprimere i propri sentimenti sia piuttosto naturale. E’ difficile trovare persone che ti ascoltino, soprattutto. Pazienza, umiltà, amore. Sono le doti di chi sa ascoltare e trovarle in un maschio adulto compendo possa essere piuttosto complesso.
Non mi piace pensare a questo punto di essere considerato uguale a loro.
Io ho un passato di grande ascoltatore.
Ricordo quando da giovani i miei coetanei si appartavano nelle calde giornate estive con le ragazzine e io restavo a fare la guardia alle biciclette. Erano momenti in cui mi domandavo dove sbagliassi. Tecnica, aspetto, tempi… Sì, lo so, certo non ero un adone, tutt’altro. Grasso e con un viso che sembrava avessi 5 anni di meno. Adesso mi torna utile, a quel tempo no. Avevo la bicicletta più brutta mentre i miei amichetti avevano delle bici fiammanti. Da allora, era l’estate del 1982, mi decisi di porre rimedio. Non potevo essere l’unico della compagnia a restare a fare il moccolo. Allora compresi limportanza dell’ascolto, compresi come diventare empatico con le persone, con le ragazze. Ero il confidente di tutte.
Potrei scrivere libri interi con i segreti che mi furono confessati quegli anni, e sarebbero sicuramente venduti con l’autorizzazione della censura. Erano proprio tutte le ragazze che trovavano in me un confidente. L’aspetto rassicurante, la capacità di modulare la voce nel timbro più opportuno, la dotazione lessicale adatta per non sembrare un vero pericoloso inconsistente maschio da riproduzione. Ma soprattutto la capacità di ascoltare, di comprendere le minime sfumature dell’intonazione della voce per riuscire a carpire la verità da quello che mi veniva detto. Una innata capacità di leggere anche il linguaggio dei gesti, il paraverbale, la comunicazione analogica. E di comprendere come comportarmi di conseguenza, adattando alla circostanza il io modo di rispondere e di comportarmi.
Penso che da allora sai cominciata la mia capacià di comprendere le donne.
Ma non era abbastanza. Sì perchè ormai er ol’amico di tutte, non il MASCHIO di tutte! E questo mi lasciava un po’ meno a fare il moccolo e un po’ più con il desiderio di conoscere le donne.
Fino all’estate del 1983.
Era un’estate cominciata maluccio. Al liceo dovevo riparare in quattro materie per cui durante le vacanze dovetti studiare un sacco. Agosto, in campeggio con i miei, lago Mead, AZ. Il juke-box del bar del campeggio sparava a raffica “Take on me ” degli A-Ha. Nella roulotte in fianco alla nostra venne a stare con la sorella maggiore Kimberly, una ragazzina di un anno più giovane di me del Montana. QUELLA, dissi. Questo è l’anno dell’attacco finale, quest’anno devo riuscire a baciare una ragazza. O la va o la spacca.
La prima sera la accompagnai fuori con il gruppo con cui da anni ci trovavamo. Ero una specie di leader, nel gruppo. Conoscevo tutti i posti, i locali da ballo, ero sempre quello che faceva più allegria, e questo, in quella sera specifica, mi faceva gioco. Non sbagliai niente, quella sera, tanto che io e Kim ritornammo in roulotte tenendoci per mano. Era una sera che potrei descrivere come fosse ieri. Tiepida, non come le solite torride serate al del deserto.
Una leggera brezza scorreva portando delicati odori di umido dall riva. Ricordo che vestivo una camicia di cotone bianca leggerissima, con le maniche lunghe arrotolate, un paio di jeans vecchi, sdruciti, con una sobria anima vissuta e le mie inseparabili Timberland da barca. Kim invece portava un paio di pantaloni azzurri in lino, morbidi, alti alla caviglia, e un top di lino grezzo bianco. E un profumo che non dimenticherò mai.
Da allora compresi come trattare le donne, come ascoltarle, rispettarle e intuire i momenti giusti.
Per cui, Clarice, se dico che ti ho capita credimi, ti ho compresa su serio.
Ho passato metà della mia vita con una donna, Sarah, e la sto vivendo ancora, malgrado le cose non siano più come una volta. E’ stata un grande palestra, per me, da punto di vista dell’intepretazione delle donne.
Mi ha offerto tutti i panorami possibili e immaginabili, tutti i comportamenti, le possibili varianti su cui mi sono soffermato a comprendere i meccanismi, dandomi la possibilità di verificarli più e più volte.
Clarice, ho capito molto di te.
E adesso te lo dimostro.
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